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BRONSON BULLETIN 2/2023

Edizione marzo-aprile 2023

 

Dal 2023 abbiamo deciso di presentare i nostri programmi in formato bulletin. Un piccolo libretto stampato, che comprendesse anche approfondimenti sugli artisti in arrivo, come ai vecchi tempi. Un po’ come una fanzine.
Se vi siete persi i numeri passati, ora potete recuperarli online sul nostro bulletin virtuale.

EDITORIALE
di Chris Angiolini

“Sono disgustato dall’apatia mia e della mia generazione. Sono disgustato da ciò che permettiamo di continuare, da quanto siamo smidollati, letargici e colpevoli di non opporci al razzismo, al sessismo e a tutti quegli altri ‘ismi’ di cui la controcultura si lamenta da anni.” – Kurt Cobain

IL TERZO PRINCIPIO DELLA DINAMICA

Il Bronson Club si trova all’ingresso di Madonna Dell’Albero nell’immediato forese ravennate all’incrocio delle principali direttrici che attraversano la Romagna: la statale Adriatica, la Ravegnana che collega Ravenna a Forlì e l’ingresso della E45 che conduce a Cesena e arriva fino a Roma. Il Bronson è un music club nel cuore della Romagna che dal 2004 sostiene percorsi controcorrente e un’idea di controcultura che ne identifica il modello. Questa storia è abbastanza facile da spiegare se si pensa al terzo principio della dinamica: Per ogni forza che un corpo A esercita su un altro corpo B, ne esiste un’altra uguale, in modulo e direzione, e contraria in verso, che B esercita su A. Quindi per ogni mainstream dominante che ci sovrasta ci sarà sempre un movimento cosiddetto underground uguale e contrario a fare da contrappeso. Ed è partendo da questo presupposto che si può leggere la nostra storia e la nostra programmazione da sempre libera e indipendente, con la quale cerchiamo di offrirvi quanto di meglio si muove nel sempre attivo sottobosco artistico e musicale lontano dai riflettori. In un momento di grande difficoltà come quello della Pandemia abbiamo sviluppato percorsi altri per tenere vivo questo spazio e ci siamo dedicati a residenze artistiche e produzione trasformando il Bronson in un grande studio di registrazione open space. Abbiamo registrato gli album di R.Y.F., OVO, Trust The Mask (in arrivo) e il prossimo dei Leatherette (stay tuned!), i live di Clever Square, Solaris Space Orchestra e Moder per Viralissima e San Leo durante Transmissions Waves, e ci abbiamo preso gusto. Il Bronson Club è uno spazio vivo e multiforme.

Mentre state leggendo queste righe il nostro palco ospiterà il ritorno del figliol prodigo Micah P. Hinson, oppure i Sirom, una band che suona folk music proveniente da un universo parallelo. Continueremo a sostenere quanto di meglio produce la nostra scena rumorosa con i live di Stormo e Ufomammut accompagnati rispettivamente dai romagnoli Solaris e Sedna in apertura. Live di culto che potete vedere solo al Bronson come quelli di Dwarfs of East Aguza (lo so non li conoscete, ma per questo c’è l’approfondimento di Bruno Dorella), il collettivo di Cleveland Mourning [A] BLKstar tra hip hop, soul, spoken poetry e black live matters, o l’unica data italiana del misterioso Jonathan Bree.
Nel frattempo avremo annunciato buona parte della lineup di Beaches Brew e sarete tutti impegnati a googlarne i nomi…

THE DWARFS OF EAST AGOUZA
di Bruno Dorella

Anni fa andai a vedere gli Earth. Di spalla c’era Sir Richard Bishop.
Stava suonando in modo sublime, ma il pubblico protestava. Troppo quieto, troppo difficile, troppo poco hype? Non capivo. La gente voleva gli Earth. Lui disse solo “Sono pagato per essere qui, non me ne vado finché non ho finito.
Nel frattempo potete andare al bar”. Eravamo a Berlino eh, mica in Italia.
Questo non ha a che fare con i Dwarves of East Agouza, se non per il fatto che Richard è fratello di Alan, che dei Dwarves è bassista e sassofonista, e con lui ha condiviso quell’esperienza irripetibile che furono i Sun City Girls.
Ora ha come progetto principale e più longevo i notevoli Invisible Hands. Il secondo elemento del trio è Maurice Louca, ufficialmente percussionista, ufficiosamente genio (credo suoni qualunque cosa abbia tra le mani). Lui è egiziano, e fa della musica forse sperimentale, senz’altro straordinaria. Se posso darvi un consiglio recuperate il magico album “Saet El Hazz”. Ci risulta che i Dwarves Of East Agouza abbiano la propria base proprio al Cairo, scelta che, vera o no, sa di definizione di un immaginario. Senza dubbio c’è una scena in città che ha fatto scalpore qualche anno fa, con Acid Arab e compagnia. Ma non è certo nota al mondo per la musica di ricerca. A fare da ponte tra Egitto e Nord America pare essere Sam Shalabi. Egiziano-Canadese, suona chitarra e oud e sta dietro a molti progetti che potreste non conoscere se non siete proprio dei diggers della nicchia, ma sono tutti interessanti: cito solo Swamp Circuit e Land Of Kush. Potrei spendere l’espressione super-gruppo, ma nonostante il background eclettico dei tre, vicini alla ricerca, all’impro-free jazz ma anche a pop e world music, il suono di questo progetto sembra essere proprio Il Cairo, la città, con la sua vibrazione e il fascino misterioso che esercita da sempre. Sembra di sentirne gli odori, di essere dentro a qualcosa di ancestrale, quasi pericoloso. Pensate che scherzi può fare la musica, quando è fatta da gente così.

MOURNING [A] BLKSTAR
di Francesco Farabegoli
We are a multi-generational, gender and genre non-conforming amalgam of Black Culture dedicated to servicing the stories and songs of the apocalyptic diaspora. Founded in Cleveland, Ohio.
Mourning [A] BLKstar è un esperimento un poco a metà tra band e collettivo e rappresenta (bene come pochi altri) il modo in cui la musica dell’oggi sta cambiando le sue premesse ideologiche rispetto al passato. Si parla spesso, ad esempio, del fatto che lo strapotere dello streaming abbia creato esigenze nuove per gli artisti: estendere la propria copertura nel tempo e presentarsi periodicamente al proprio pubblico, allo scopo di riuscire a definire un brand che sia riconosciuto come una parte del presente. A questo scopo, ad esempio, l’hip hop è molto avvantaggiato rispetto ad altri generi. Perché un rapper può pensare i suoi dischi come collaborazioni fluide con diversi dj, guest e produttori, e quindi permettere alla sua musica di crearsi in maniera più organica e veloce intorno a un singolo punto di aggregazione, che può essere il suo flow.
Una band in senso classico, che sia soul o rock o jazz, fatica di più a stare al passo perché è abituata a pensa ad ogni aspetto musicale al suo interno. Oltre a questo, ambisce a definirsi musicalmente in maniera quanto più forte possibile: ascolti trenta secondi di musica di questo o quel gruppo e lo riconosci. Con Mourning [A] BLKstar questo non è possibile: utilizzano più persone alla voce e pubblicano dischi in cui molti pezzi sembrano quasi contrapporsi agli altri. Forse è una strada più impervia da percorrere: la mancanza di un impianto sonoro di base a cui riferirsi costringe a distinguersi sulla base della personalità. Per il collettivo di Cleveland non è un grosso problema, come dimostrato ampiamente dall’ammirazione che hanno suscitato dischi come Reckoning e The Cycle.
Opere poderosamente complesse ed organiche, un’arrabbiatissima enciclopedia della black music aggiornata al post-BLM.

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