Where the wild roses grow

Ci si alza dal letto con più lentezza, negli ultimi tempi, come se dopo due mesi di quarantena, sessanta giorni di resistenza fosse, adesso, arrivato il momento di sciogliere i nodi.

A farlo ci pensa il telefono, che sa davvero essere crudele.
Bip bip, dice, bip bip e sullo schermo compaiono le immagini di un anno fa.

Ero al mare, oggi. Capelli più lunghi e qualche chilo di meno, ai tempi non panificavo come se non ci fosse altra soluzione; stessa pelle bianca. Ma ero in spiaggia, ero all’Hana-Bi, ed ero felice.
A rivederle adesso, quelle foto, pare tutto improbabile, distorto come al risveglio da un sogno. Stare vicino agli amici, non avere mascherine o distanze di sicurezza; bere dallo stesso bicchiere di prosecco – ah, il Bolé -, non temere contagi, se non d’allegria.

Ripenso ad allora e ripenso ai miei quindici anni: l’estate in fondo è una perenne adolescenza. Avevo una diversa percezione del tempo, non c’era un prima e un dopo nell’arco delle luminosissime giornate, l’unico spartiacque era quello del ritorno a scuola.
Aspettavo di andare al mare come se fosse un’assoluzione, un meritato premio dopo il lungo letargo invernale. E quando al mare c’ero, per due mesi consecutivi a volte, respiravo la meraviglia di avere un appartamento in riviera – gli occhi mi si facevano liquidi, nell’afa perenne mitigata dal vento, nel silenzio dei pranzi in terrazza, nello scrocchiare del sole che schiariva le foglie. Leggevo Il signore degli anelli, poche pagine al giorno: era la mia clessidra. Non l’avrei mai voluto finire; forse non lo feci davvero. Non c’erano più orizzonti, il mare era l’unico limite. Oltre ai 160 caratteri entro cui stare per inviare i messaggi agli amici, s’intende. Distesa su una branda in salotto, incastrata sotto le coperte come baluardo di un’intimità da difendere, bruciavo ricariche telefoniche con la stessa velocità con cui bruciavo d’amore per il ragazzino di turno. Rigorosamente romagnolo. Rigorosamente da baciare a lungo in riva al mare, di notte e di nascosto da tutti, a cavalcioni su un lettino, con le stelle come specchio e il cappuccio d’una felpa tirato sul capo per proteggersi dal resto.

Ci fu l’estate dei Dylan Dog, dei primi numeri comprati ai mercatini serali dell’usato, del comprendere quanto le storie abbiano linguaggi diversi ed emozioni simili. Fu un ragazzo a farmeli conoscere, un fidanzato a scadenza a cui chiedevo di raccontarmi una storia mentre con la mano scivolavo nella sua. Lui sorrideva continuando a camminare lungo i marciapiedi dissestati dalle radici dei pini, sorrideva paziente e mi parlava di un fiume lungo il quale crescevano rose selvatiche e di una ragazza la cui bellezza doveva morire. M’incantava quella storia, m’incantava lui mentre nei giorni s’innestava il quotidiano presente, la distanza degli inverni, la vaghezza senza colpe di un’adolescenza agli sgoccioli. Penso ad oggi, vent’anni dopo i miei quindici anni, quando non leggo più Dylan Dog e ho lasciato Tolkien su uno scaffale. Leggo altro, mi dedico a libri come fossero medicine – Gli anni della Ernaux, per dirne uno, oppure Ogni coincidenza ha un’anima di Stassi, eppure mi rendo conto che nulla è cambiato, che la voglia di baciarsi davanti a un falò un po’ ubriachi mentre i piedi cercano la sabbia fresca è la

stessa, che gli occhi mi si fanno molto più vivi quando guardano il verde del mare e che tutto quell’amore che lasciavo sulla punta delle lingue dei ragazzi è lo stesso grandissimo amore che cerco tuttora. Eternità compressa proprio lì, nell’onda che si rompe e forma di nuovo, e che tornerà. Alla faccia di tutto, quarantena compresa. Il mare non si ferma, e così la vita.

Oggi l’ho capito davvero, Nick Cave.

L’autrice – Martina Carnesciali
Se da piccola mi aveste chiesto cosa avrei voluto fare da grande, la risposta sarebbe stata sempre e solo una: la scrittrice.
https://sottotestoeditoriale.wordpress.com/

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