Tre documentari

di Francesco Farabegoli

Nel corso di queste ultime settimane di clausura ho provato a mettermi in pari con gli ultimi documentari che sono usciti sulle piattaforme di streaming, e mi sono trovato con un pugno di mosche in mano. Sono arrivato a Miss Americana spinto da qualche commento che lo valutava come un grande dietro le quinte intorno a uno dei personaggi più controversi del pop di oggi, ma all’atto pratico è un po’ un film del cazzo -una specie di autoassoluzione lunga due ore. Naturalmente il fatto che Taylor Swift non sia tutto ‘sto che dal punto di vista musicale non aiuta troppo la valutazione, ma poi mi è capitato di pensare che tutto sommato anche perdere un paio d’ore per guardare Birth Of The Cool (sul miglior musicista della storia, con interviste a dei grandissimi e un sacco di materiale clamoroso) sia stato un po’ tempo perso. Il fatto è che realizzare dei buoni documentari musicali non è mica facile, o almeno io non è che ne abbia visti tanti. Quasi tutti i registi si sentono in obbligo di (o sono costretti a) mostrare i loro protagonisti come se fossero i più grandi artisti che abbiano calcato un palco, il che può essere disturbante anche quando i protagonisti dei documentari o docufilm o docuserie sono gente tipo Miles Davis o Coltrane, o che ne so, Dr Dre. E quindi boh, vi parlo di tre documentari che nel loro intero, o in alcuni momenti, non incappano in questo tipo di errore.

INSTRUMENT


Il mio film di musica preferito è per convenzione un documentario che si chiama Instrument e parla, grossomodo, dei Fugazi. È un documentario come se ne producevano una volta, contiene materiale prodotto apposta per il film (il gruppo che suona) e materiale d’archivio selezionato dal regista, che si chiama Jem Cohen ed è -in piena tradizione fugaziana- un compromesso impossibile tra il bisogno di lavorare con un amico di lungo corso e il bisogno di lavorare con il più bravo documentarista in circolazione. Il film è fondamentalmente una raccolta di concerti e momenti interlocutori del gruppo, che copre tutto l’arco della quotidianità di una rock band -prove, registrazioni, concerti, scartoffie, backstage, questioni tecniche, pranzi e cene. Le migliori sequenze di Instrument ritraggono il pubblico del gruppo, presumibilmente davanti al luogo ove si svolge il concerto, e sono normalissimi ragazzi vestiti più o meno come andava all’epoca -magliette larghe, pantaloni sformati, capelli un po’ così, barbette, capelli tinti eccetera. Ricordo di aver pensato, la prima volta che vidi Instrument, di non avere mai visto la gente che andava ai concerti com’era mostrata in quelle scene. Nell’idea classica di film musicale, specie se prodotto dall’artista di cui si parla, la gente che viene al concerto è funzionale agli scopi del gruppo -si accalcano in fila fuori dallo stadio, urlano quando qualcuno dice “su le mani” e vengono saltuariamente inquadrati in lacrime quando l’artista suona il pezzo più lento. Nei film più avventurosi ogni tanto c’è qualcuno che fa qualcosa di pittoresco, tipo dar fuoco alle scorregge o coprirsi di fango. I ragazzi ritratti in Instrument sorridono alla telecamera come se fosse un video delle medie e hanno l’aria di chi è andato a vedere i Fugazi perché quella sera in città non suonava nessun altro. Il che, naturalmente, sarà stato vero per un sacco di gente che a un certo punto era a un loro concerto, vuoi perché il biglietto costava poco, vuoi perché ai concerti c’è sempre qualcuno che non ha bene idea di chi sia il tizio che suona -e meno male, aggiungerei. Il che non toglie che loro abbiano avuto il coraggio, o più esattamente la necessità, di documentarlo per immagini. Voglio dire, basterebbe prendere a confronto The Year Punk Broke, che è forse il documentario più celebre sull’alternative americano, per capire quanta differenza c’è tra l’approccio dei Sonic Youth e quello dei Fugazi ad un bacino che tutto sommato era lo stesso. Così, insomma, ho cercato di trovare pezzi di Instrument in tutti i documentari di musica che ho guardato, come del resto ho cercato pezzi di Fugazi in tutti i dischi che ho sentito. Non ce ne sono moltissimi, a dire il vero. Il fatto che l’ambiente di cui i Fugazi facevano parte sia diventato così appetibile dal punto di vista storiografico ha fatto sì che fossero prodotti parecchi documentari dello stesso tipo, e nei limiti di quel che era possibile rintracciare. Essendo la musica che ho bene o male ascoltato di più dalla tarda adolescenza in poi, non sono in grado di separare il giudizio tra la bontà del gruppo e la bontà del film -e quindi alcuni sono incredibili, tipo The Color Of Noise (sulla storia di Tom Hazelmyer e AmRep) o We Jam Econo (Minutemen). Mi piacciono tantissimo le orge di personaggi con punti di vista più o meno contraddittori sulla stessa faccenda, quindi ad esempio American Hardcore o Salad Days, e mi piacciono anche i prodotti più convenzionali e celebrativi come può essere Filmage (Descendents). Ma in nessun caso son riuscito a trovare Instrument, e quindi Instrument rimane ancora il miglior documentario sulla musica che posso consigliare a chiunque. In questi giorni, peraltro, il film è stato reso pubblico et gratuito.

HEAVY METAL IN BAGHDAD

Per una serie di ragioni casuali mi sono trovato a guardare Heavy Metal in Baghdad e Some Kind Of Monster più o meno nello stesso periodo. Il primo è una delle prime produzioni sostanziose di Vice Media e racconta l’esistenza quotidiana di un gruppo metal iracheno dopo la seconda invasione americana. Il secondo è il resoconto delle tormentate session per registrare St.Anger, uno dei peggiori dischi dei Metallica: il gruppo è sull’orlo dello scioglimento, sta registrando senza un bassista in formazione, sta lavorando con terapisti per tenere insieme i cocci e combattendo a viso aperto coi periodi oscuri di James Hetfield. Probabilmente se l’avessi visto senza prima spararmi Heavy Metal in Baghdad l’avrei perfino apprezzato, voglio dire, ci vogliono comunque le palle per mostrare il lato debole di un gruppo che potrebbe starsene fuori dal cono di luce e mandare comunque sold out altri venti tour mondiali. Ma all’atto pratico, vederli a così poca distanza uno dall’altro mi impone di concentrarmi sullo spreco di soldi e risorse che gira attorno a un gruppo come i Metallica e pensare che invece di risolvere i loro problemi come band avrebbero probabilmente dovuto sciogliersi, passare oltre e scrivere un’autobiografia a testa e smettere di togliere ossigeno alla scena. Heavy Metal In Baghdad, invece, è un autentico documento musicale su qualcosa che sta succedendo. Heavy Metal In Baghdad è la versione iperpotenziata di un VHS amatoriale sul gruppo dove suonavi la batteria al liceo. La band al centro del film si chiama Acrassicauda, e l’unica ragione per cui è conosciuta e ha potuto suonare in giro per il mondo è il documentario. Le riprese sono riprese di fortuna, perlopiù in interni scalcinati, in posti dove la luce va e viene. Il documentario si regge su una domanda fondamentale: come si può, in un paese occupato da una potenza straniera, desiderare di suonare la musica degli invasori? Come lo si può fare in termini pratici? Eccetera eccetera. Heavy Metal In Baghdad affronta tematiche di ordine sconosciuto a quello del tuo gruppo di liceo -una delle mie sequenze preferite spiega come si atterra a Baghdad con un volo civile; in pratica il pilota deve buttarsi in picchiata all’ultimo momento per ridurre al minimo il rischio che il volo venga colpito da un missile, e quindi di fatto ogni volo per Baghdad cade a terra e si salva in extremis. Tutto il film descrive questi episodi di routine: il casino di suonare elettrico quando la corrente va e viene, il casino di fissare le prove quando uno dei membri viene costretto a scappare dalla città, eccetera. Le campagne di boicottaggio del gruppo, qualche sparuto momento di gloria e via andare. I realizzatori non si nascondono dietro a un dito in merito al problema fondamentale del film: stanno filmando le difficoltà di gente che, a livello di passaporto, hanno invaso. E quindi è un film con delle contraddizioni e dei lati odiosi, che l’evidente buona fede cancella solo in parte, ma diciamo che se i film sul rockenroll hanno il compito di spiegarti il senso di quel lato intangibile del rockenroll che ti spinge a cercarlo e a volerlo fare nonostante tutto, boh, probabilmente Heavy Metal In Baghdad è il film sul rockenroll se ne hanno fatto uno (magari ex-aequo con Anvil!, che però ha delle premesse meno forti).

A BAND CALLED DEATH

All’inizio di Basquiat, il film, il critico matto impersonato da Michael Wincott dice che nessuno vuol far parte della generazione che ignorerà il prossimo Van Gogh. Il grande segreto nel realizzare un documentario musicale, specie un documentario musicale come Sugar Man o A Band Called Death, è quello di buttare dei carichi da cento. Radunare una cricca di ospiti, addetti ai lavori più o meno famosi, disposti a giurare che il gruppo di cui si sta parlando sia una delle più alte espressioni della musica popolare. Trattandosi di documentari su gente che in gioventù non è stata cagata manco di striscio, tradiscono un certo tipo di bisogno ecumenico -venivano schifati ignorati e lapidati dai contemporanei, grazie a noi sono diventati quel che dovevano. I Death, protagonisti del documentario di cui al titolo, in realtà non erano tutto questo gruppo. Erano un ottimo gruppo rock’n’roll, molto basilare e divertente, probabilmente in una certa misura seminale (nota del critico: dubitate di qualunque articolo o recensione contenga la parola “seminale”, nella realtà tende ad indicare una cosa a cui si è disposti a riconoscere il valore storico ma che per noi non ha significato assolutamente un cazzo) per tutto quel che qualche anno dopo fu il punk; ma messi al confronto con qualunque gruppo punk abbia avuto successo nella prima stagione del punk, i Death stanno tranquillamente sotto (senza contare il disco registrato post-reunion, che concorre tranquillamente al podio dei peggiori dischi rock mai realizzati). Il fatto che i realizzatori non siano disposti ad ammettere questa evidenza rende il tutto una cosa un po’ farlocca. Ma in A Band Called Death c’è almeno una parte genuinamente esaltante, ed è -grossomodo- la prima metà del secondo tempo. Dopo la morte del chitarrista i realizzatori smettono di parlare del gruppo e iniziano a concentrarsi su come abbia fatto il loro 7” a circolare nel corso degli anni, fino a diventare un oggetto di culto e -in seguito- una release di alto bordo. E per dare un esatto resoconto di come sia potuto succedere sono costretti a puntare la telecamera in faccia a una serie di scoppiati senza speranza: musicisti, collezionisti, downloader, leoni da tastiera, forumisti, punk da cameretta, tenutari di etichette e via di questo passo. Il modo in cui il disco passa quasi magicamente da una mano all’altra, fino a finire a tutta pagina sul New York Times, è uno di quei casi in cui un documentarista riesce a usare il video per spiegare qualcosa di inspiegabile -non so se lo volete chiamare il potere della musica o l’ossessione della musica o il fatto che sia inarrestabile o insomma quel che vi pare. Sta di fatto che nel momento in cui lo guardi sei disposto a credere, nonostante ogni altro elemento a tua disposizione sembri indicare il contrario, che i Death siano stati effettivamente i Van Gogh del novecento. Il che suppongo sia un bel complimento che si può fare al film, anche se non necessariamente un bel complimento che si può fare al novecento.

E boh, basta. La prossima volta magari parliamo di altri film.

L’autore – Francesco Farabegoli
FF scrive e disegna.
Collabora con Rumore, Esquire, NOT e spedisce saltuariamente una newsletter chiamata Bastonate Per Posta.