Bronson Bulletin

Bruno Dorella bulletin

Percorsi

di Bruno Dorella

Decido di iniziare a collaborare con il Bulletin durante questi giorni di quarantena volontaria, in cui da un momento all’altro ci siamo trovati nel film di fantascienza che abbiamo visto 1000 volte. Quando è iniziato io ero in tour con gli OvO, la Francia sembrava non recepire il pericolo e noi vivevamo in una realtà distopica in cui l’Italia si chiudeva in casa, mentre in Francia si stupivano se  non elargivamo baci e abbracci come avevamo sempre fatto. Le cose sono precipitate rapidamente anche lì, abbiamo fatto l’ultimo concerto possibile in Belgio, l’ultimo in Francia, e poi siamo rocambolescamente tornati in Italia per chiuderci in casa a nostra volta. Non abbiamo ancora potuto vedere le strade deserte, gli scaffali svuotati, le file fuori dai supermercati. Per ora ce le facciamo raccontare dagli altri. Dalla mia finestra non è cambiato molto, vivo in una via dove comunque non passa mai nessuno..

Devo dire che sono sorpreso di come sto affrontando la reclusione. Pensavo che avrei divorato libri dischi film vini che aspettavo di leggere ascoltare guardare bere da mesi. Invece ho semplicemente rallentato. In modo naturale, ho cominciato a “fare meno”. Persino il mio proverbiale appetito è diminuito. Non c’è lavoro, non c’è stress, e al di là della totale assenza di prospettive di cui non parlo perché tanto riguarda più o meno tutti, è evidente che il riappropriarsi del tempo mi ha tolto il bisogno di somatizzare mangiando. Non dico di essere diventato frugale. Solo meno pantagruelico.

Ad aiutarmi molto in questo momento è un libro scritto da Alessandra Chiricosta, “Un Altro Genere di Forza” (Iacobelli Editore). Un viaggio davvero olistico, “panico”, che fonde studi di genere, arti marziali, filosofia, e suggerisce che la forza in realtà va a braccetto con la paura, è rigida e prevedibile, ma esistono altri approcci, ad esempio la capacità del taijiquan di sfruttare il vuoto per essere imprevedibili, rispondendo alla rigidità dell’avversario riempiendo gli spazi come un liquido, e trasformare addirittura la lotta in un dialogo, sovvertendo i concetti di nemico e di dominio. Un po’ quello che abbiamo sempre fatto, sfruttare i vuoti, le falle del sistema, adattandoci come insetti. Così dovremo fare quando questa follia sarà finita. Devo aggiungere il taijiquan alla lunga lista di cose da intraprendere nelle prossime vite.

Quasi come un impulso di bilanciamento, da qualche tempo mi sto rileggendo molta filosofia greca, in particolare quel bacchettone di Aristotele, molto amato dal Cristianesimo e dai fautori della patrilinearità più ottusa. Però leggendolo si trovano tantissimi spunti, come la storia di Brisone di Eraclea, che ha ispirato il pezzo dei Ronin “Bryson” (che potete ascoltare in fondo). Costui fu per tutta la vita uno studioso stimato e serio, così almeno pare. Visse e morì immerso nei suoi studi, convinto di aver trovato una formula che ossessionava gli antichi, quella della “quadratura del cerchio”. Se non che qualche decennio dopo Aristotele scopre che la formula è sbagliata, nonché impossibile da trovare. Lo bolla come venditore di fumo, usandolo addirittura come paradigma della categoria in molti suoi esempi e sillogismi, e così il nostro Brisone, totalmente inconsapevole e già bello che morto, si trova a passare alla storia come “quello della bufala”. Che beffa, no?

Bruno Dorella

La Quadratura Del Cerchio però è anche un vino sublime e visionario, come visionario è chi lo ha concepito, Roberto Cipresso. Sentite qua, e cerco di farla breve perché so che chi non ama il vino si annoia a morte a sentire ste storie. Però noi amanti ci sballiamo peggio che un onanista su PornHub Premium. Dicevo, sentite qua. Cipresso un giorno si sveglia e nota che un vino molto di moda, lo Zinfandel californiano, altro non è che il Primitivo pugliese che tutti conosciamo. Esplorando altre simili analogie, nota che questa sorte (diciamo “transoceanica”) è comune a molti vitigni. Si mette a guardare il mappamondo e nota che molte di queste analogie quasi alchemiche si trovano sul 43esimo parallelo. Si mette così in testa di trovare una formula perfetta, il blend definitivo, comparando e miscelando esclusivamente vitigni di questo magico parallelo. Come Brisone di Eraclea, non la trova, o almeno non del tutto. Perché le annate sono tutte diverse, e così ogni anno la formula cambia. Ho potuto degustare insieme la “Quadratura Del Cerchio” 2012 e quella del 2015. Il 2012 ha un 60% di Montepulciano, un 20% di Sangiovese (quello toscano, non quello romagnolo, tutt’altra storia) e un 20% di Sagrantino. Un vino nero impenetrabile, che lascia un po’ di rubino possente giusto all’esterno, si esprime con una complessità vastissima che va dalla frutta matura (ciliegia, prugna) fino ai terziari (tabacco, liquirizia, cacao), per poi risultare vellutato al palato. Il 2015 miscela Aglianico, Canaiolo Nero, Cannonau e Sangiovese, risulta un po’ più fresco rispetto al 2012 (si poteva aspettare ancora qualche anno prima di berlo, ma siamo in quarantena, su..), sicuramente si sente che è più giovane, ma ancora la ciliegia e il tabacco (con una nota di pepe) trionfano all’olfatto per poi sciogliersi in morbidezza al palato. E qui la finisco, ma per dirvi quanto sta roba possa emozionare, l’altro giorno Giovanni Succi, mio sodale nei Bachi Da Pietra, mi ha videochiamato via WhatsApp per condividere con me l’emozione di un Barolo 2006. Mi metteva il calice davanti allo schermo, mi faceva osservare gli archi.. E sì, mancava giusto la gioia di gustarlo insieme.

Giovanni è colui che mi ha iniziato alla cultura del vino e a molte altre cose, tra le quali la poesia di Giorgio Caproni, di cui lui è fine lettore e conoscitore, e io approfitto della situazione per affrontare in maniera metodica, piuttosto che a spizzichi e bocconi come ho fatto finora, la lettura della sua opera completa “Tutte Le Poesie” (Garzanti). L’andamento classicheggiante dei primi versi potrebbe far pensare a uno stile ancora in formazione, ma davanti a una cosa come “Triste riva”, scritta poco più che ventenne, cosa si può dire? Sentite qua

 
Sul verderame rugoso
del mare, la procellaria
esclama con brevi grida
la burrasca lontana.
 

Io a riva, anzi sul labbro
renoso ove schiuma
salina bava, solo
contemplo e comprendo intanto
il gusto della tua saliva.
 
Boom.-

Bruno Dorella Bulletin 2

Quello che molti non sanno più cogliere nella poesia è il ritmo. Lacuna che spero verrà colmata dalle nuove generazioni che, cresciute col rap, potrebbero avere maggior confidenza con la parola come percussione, e non solo armonia di significati. Un Maestro in questo senso è stato Gil Scott-Heron, e recentemente mi sono innamorato della rilettura del suo album “I’m New Here”fatta da Makaya McCraven col titolo “We’re New Again”. Makaya ha semplicemente “reimmaginato” l’ultimo disco di Gil, operazione sulla carta rischiosissima che si risolve invece in un trionfo gioioso di groove (appunto, “ritmo”). Ritmo in tutti i sensi. Quello della batteria di Makaya e quello delle parole di Gil. Un altro album con cui sto in fissa è “Silver Tongue” di Torres, di cui già avevo molto apprezzato il precedente “Three Futures”. Qui al contrario che in Makaya McCraven la parte ritmica è essenziale nel senso di minimale, quasi glaciale, e lascia ampio spazio non solo al caratteristico timbro della voce, ma anche a una sorta di “muro” di suono che dà un senso di pieno molto denso e appagante. Per non sembrare troppo rammollito, prima che pensiate che Bruno si sia definitivamente rincoglionito stando a casa, vi rassicuro sul fatto che continuo ad ascoltare anche roba pesa. Attualmente quando devo spaccarmi le orecchie alterno l’hardcore dei Coilguns (“Watchwinders”) e lo sludge dei Lord Mantis (“Universal Death Church”), che non stona affatto con questo presente apocalittico.

E a proposito, tornando a quel presente da film di fantascienza che stiamo vivendo, è innegabile che Netflix sia diventato in breve tempo un elemento primario delle vite di molti di noi, tanto più oggi che siamo relegati in casa. Lascio ad altri o ad altri momenti l’analisi della parte malata di tutto ciò, e per ora ne sfrutto la parte migliore: i film e le serie. Non so bene se calarmi nelle (da me) attesissime seconde stagioni di “Kingdom” (serie di zombi nel medioevo coreano: totale) o “Altered Carbon” (al Trieste Science & Fiction Festival, dove suonavamo come OvO, ho avuto il privilegio di cenare con l’autore del libro Richard Morgan). So che i miei sodali Sigillum S sarebbero per la seconda, mentre Stefania Pedretti avrà probabilmente già visto la prima e rischio lo spoiler. Ma preferisco i contrasti, e nei giorni scorsi ho provato con un certo compiacimento la sensazione che la realtà possa superare la finzione, guardando la buona serie islandese “The Valhalla Murders”. Nonostante abbia presto capito che non si trattava purtroppo di una storia di omicidi tra Thor, Odino e gli altri dei della cosmogonia scandinava, ne ho comunque apprezzato la sobrietà nordeuropea (impensabile in una serie americana). Dopo “Hannibal”, un serial killer che si limita a cavare gli occhi delle vittime fa quasi sorridere, e gli impacci della polizia islandese, a corto di personale perché in realtà di problemi non ne ha troppi, risultano quasi confortanti. Guardare questi agenti che tengono la pistola in una cassaforte che viene aperta solo se strettamente necessario, nei loro spaziosi uffici di legno con grandi finestre da cui si vede la neve, mentre fuori nella realtà imperversa una pandemia.. Questa sì che è distopia.


L’autore: Bruno Dorella è senza dubbio una delle figure chiave della scena underground italiana, attraverso i suoi innumerevoli progetti tra cui ricordiamo OvO, Ronin, Bachi Da Pietra e la Byzanthium Experimental Orchestra.