Il Complesso di Martin McFly

di Francesco Farabegoli

Non so se vi capita mai di guardare a un sito che si chiama Rateyourmusic, un aggregatore che sta su internet dal 2000 e che a dire il vero ormai è diventato una mezza anticaglia. A me capita molto spesso quando mi trovo a fare mente locale su quali dischi siano usciti di preciso in un certo anno. Tanto per dire, da diverso tempo mi piace esercitarmi in uno sport piuttosto gratuito: la classifica dei dischi di dieci o vent’anni prima. Ma ormai la memoria enciclopedica che avevo per le puttanate inizia a fare cilecca, e Rateyourmusic è un buon modo per fare mente locale: quali dischi sono usciti nell’anno 1998? Quali di questi sono i miei preferiti? Mi prendo mezz’oretta e provo a fare una lista, spulciando un po’ dai ricordi e un po’ dal listone di RYM. RYM funziona in un modo abbastanza semplice, a quanto ne so: ogni utente dà un voto ad un disco presente nel database, l’algoritmo processa tutte le informazioni in merito ad un disco e le riduce ad un numero puro, che a sua volta corrisponde ad una posizione in una classifica. Nel computo entrano tante cose: il numero di votanti, il voto medio, l’affidabilità dei singoli eccetera. Non so nulla di preciso, e comunque in questa sede non è importantissimo. Sta di fatto che scorrere la lista del 1998, e compararla con le liste che scorrevamo nel 1998, ci mette di fronte a un bel po’ di amenità. Una tra tutte: quello che per gli utenti di Rateyourmusic è il disco più bello e importante di quell’anno, non compariva in nessuna lista di fine anno che io ricordi.

È una storia un po’ rocambolesca, a dire il vero. Il disco si chiama In the Aeroplane Over The Sea e fu registrato dai Neutral Milk Hotel, un gruppo di fricchettoni che all’atto pratico era il progetto solista di un tale di nome Jeff Mangum. Il disco era una roba piuttosto bizzarra per gli standard del mercato indierock dell’epoca: fondamentalmente un disco folk, ma non esattamente quel tipo di folk che funzionava bene nell’ambiente a quell’epoca (Will Oldham, Smog, quella roba lì). Venne accolto relativamente bene ma le stroncature non mancarono, Wikipedia ne cita alcune. Quando a fine anno fu il momento di fare bilanci la critica preferì dare risalto ad altri dischi che sembravano più in linea con la contemporaneità, o più semplicemente s’era completamente dimenticata del disco. Fecero gran figura album ultra-ascoltati tipo Mezzanine dei Massive Attack, ad esempio, o The Miseducation of Lauryn Hill, o (perché no) Moon Safari degli Air: magari non proprio ascoltati quanto tutte quelle puttanate tipo Believe di Cher, per capirci, ma certamente dei bestseller, che furono comprati da tantissima gente e che sembravano contenere in qualche modo il segreto di quel che la musica stava diventando in quel periodo. I Neutral Milk Hotel si sciolsero poco dopo, senza aver mai conosciuto un riscontro di pubblico particolarmente rilevante. Poco dopo arrivò internet, e il disco iniziò a venire scambiato via file-sharing, diventando un culto prima e un bestseller poi; le scarse informazioni sul gruppo e su Mangum iniziarono a nutrire la leggenda, il freak-folk tornò pesantemente di moda, e via di questo passo. Nel 2008, dieci anni dopo l’uscita, fu nella top ten dei dischi più venduti dell’anno in vinile. Oggi si trova, a pieno merito, in cima a tutte le classifiche del 1998.

È una specie di reazione bonaria ed inconscia all’overdose da playlist di fine anno. Da ottobre in poi quelli col mio vizio si dedicano quasi solo ai bilanci: i migliori dischi dell’anno appena trascorso, i peggiori dischi dell’anno appena trascorso, i peggiori dischi tra i migliori dischi dell’anno appena trascorso, e via di questo passo. Decisioni dall’alto, medie matematiche, sondaggi tra i lettori/collaboratori. Una cosa di cui ci accorgiamo da diverso tempo, e sempre più spesso, è che nonostante internet abbia risolto in via definitiva ogni problema legato alla possibilità di ascoltare musica a costo zero, tutte le classifiche di fine anno si somigliano in maniera spaventosa. Se mettiamo insieme una cinquantina di titoli, più o meno, riusciamo a coprire la quasi totalità delle top ten della stampa mondiale. Voglio dire, com’è possibile che chiunque possa ascoltare qualunque disco e che siano tutti d’accordo sul fatto che il più bello è il disco dei Low?
Ovverossia: dov’è finito lo spirito di RICERCA (rigorosamente maiuscolo) che animava le nostre frequentazioni musicali di vent’anni fa?
Naturalmente la domanda non riguarda le classifiche in sé. Più che altro si tratta di questionare la ragion d’essere della cosiddetta “critica”: che senso ha scrivere di musica e spendere inchiostro su seimila dischi all’anno, se a fine dicembre tutti sono d’accordo che il disco più bello è quello in cima agli aggregatori? Non dovrebbero essere quelli che scrivono di musica a dare una versione personale del presente? Chi sta occupandosi oggi di quelli che tra vent’anni potrebbero essere stati i Neutral Milk Hotel del 2018? Beh, sono domande oneste, credo siano anche giuste. Per dare una risposta, non tanto alle domande in sé ma alle questioni che stanno alla base, provo a fare un passo all’indietro.

Se me l’aveste chiesto a fine anno, tra i primi dieci dischi del 1998 ci sarebbe stato Moon Safari degli Air. Era un disco incredibilmente ambizioso, aveva un atteggiamento di apertura mentale totale, suonava alieno anche rispetto a tutto il giro di neo-elettronica-per-rockettari (breakbeat, drum’n’bass, prodigyismi e tutta la roba che funzionava bene a quei tempi), una sorta di disco funk apolide dell’epoca del crossover totale, con un pizzico di snobismo alla francese in punta che –scoprivamo, sgomenti- non guastava. Era un disco pazzesco: una volta venuti a noia i singoli si iniziava a godere con le altre tracce in scaletta. Dei Neutral Milk Hotel non avevo manco sentito parlare, direi. Li ho scoperti forse tre o quattro anni dopo, li ho ascoltati, non mi sono piaciuti, cioè boh sì disco carino e bona, niente per cui strapparsi i capelli. Credo di averli apprezzati davvero solo quando suonarono all’Hanabi, e non era manco la musica in sé, era più il fatto di rendersi conto di quanta gente s’era tenuta vicino un disco che il mercato e la critica s’erano cacati solo a sprazzi: se questo non è il più grande potere della musica, allora io di musica non so niente. È successo nel 2014, direi. A quei tempi erano passati almeno dieci anni dall’ultimo passaggio del disco degli Air in un mio stereo, e ancora oggi se sento una canzone di Moon Safari in diffusione da qualche parte il mio primo istinto è quello di prendere un’ascia e fare a pezzi l’impianto stereo del posto. Non credo che la colpa sia degli Air, i quali ai tempi fecero un ragionamento cristallino: prendiamo tutto quel che c’è di buono in giro, ne diamo una nostra versione, perfezioniamo ogni secondo di musica fino allo sfinimento e pubblichiamo il disco. Il problema di Moon Safari è di essere finito a fare da colonna sonora a troppi spot pubblicitari del cazzo, a troppe serate scariche tra amici, a troppi giri per i camerini di certi negozi d’abbigliamento. Nel ’98 se ti trovavi davanti un fan degli Air sapevi di avere di fronte una persona di gusto: una scelta non scontata e al passo coi tempi. Due anni dopo lo stesso disco identificava dei probabilissimi cazzari che si facevano prendere il naso dalle peggio puttanate a cui il mondo del fashion decideva di prestare orecchio. Appena un anno prima era successo coi Prodigy, un gruppo inglese di cui potreste aver sentito parlare: The Fat Of The Land usciva l’estate precedente a coronare il gruppo come principale alfiere della musica da ballo nei club deputati al punk e al rock in generale, ma a disco ancora caldo la band era già stata declassata ad accolita di tamarri con poco gusto per l’effettaccio e nessuno per la musica (e senza che il disco si macchiasse di chissà quale crimine, peraltro). Noialtri, quelli che conoscono la musica, le dinamiche del mainstream siamo sempre riusciti a vederle ad occhio nudo: ci abbiam messo poco (tre anni e passa, a dire il vero) a capire che i Prodigy erano un ibrido del cazzo che non faceva bene a nessuno e tentava di riempire un vuoto. Non avrebbero salvato la musica indipendente e non avrebbero scalzato il poppettone becero dalla testa delle classifiche dei singoli. In altre parole, pezzacci usa-e-getta (tipo Believe di Cher, visto che l’abbiam citata) avrebbero continuato a prosperare nell’immaginario collettivo.

Nella pallacanestro americana si parla di intangibles, riferendosi grossomodo a dei giocatori che tendono ad essere decisivi nelle partite a dispetto del fatto che nessuno riesca a spiegarsi cos’abbiano di speciale. Per molti versi la musica popolare è piena di intangibles, cioè di dischi il cui valore artistico sfugge alle analisi critiche. Meglio: di dischi il cui valore artistico rimane inalterato nonostante la critica abbia provato a spiegarlo. Spiegare la bontà di un disco è come spiegare una barzelletta, per molti versi. In certi altri sport, tipo la boxe, si parla di underdog: il pugile di cui ci si aspetta che perda, e invece poi no. Al di là della soddisfazione di sbugiardare i giornalisti, sono anche belle storie, roba su cui si può fare i film con una certa scioltezza diciamo. Così, ad esempio, hanno molte possibilità di rimanere nell’immaginario i dischi che all’uscita sono stati colpevolmente ignorati, o deliberatamente stroncati. Nella mia top 3 del 1998, stilata all’epoca, c’era uno di questi dischi: The Shape of Punk to Come, pubblicato da tali Refused, un gruppo svedese che pochi mesi dopo l’uscita si sciolse –sfiancato dal disinteresse del mercato e della critica, durante un tour americano che riempiva sì e no gli scantinati delle case di qualcuno. L’oscurità del disco è durata meno di due anni, e riguardava più che altro gli Stati Uniti, ma in quel periodo credo di essermi sentito speciale per il fatto di averlo adorato così tanto a gruppo non ancora sciolto. Ma oggi non riesco comunque ad ascoltare più i Refused; la protervia da swing kids de noantri delle note di copertina di The Shape of Punk to Come mi fa schifo, e l’ovvietà da universitari al primo anno di Scienze Politiche dei riferimenti culturali “nascosti” nel disco mi prende peggio di certe mie ex-fiamme che oggi citano Hesse o il Piccolo Principe su Instagram. Ma questo ovviamente dipende dal mio percorso di vita, non da quello dei Refused –se non avessi letto Henry Miller forse mi piacerebbe continuare a citarlo. Ma come può il percorso umano di un quarantenne cesenate determinare il valore di un disco scritto da un gruppo di 45enni svedesi? Beh, non lo determina. A parte per quel 40enne cesenate, e per quel 40enne è l’unica variabile importante.

Così oggi quando leggo le classifiche di fine anno mi trovo a pensare più spesso a cosa rappresenta un certo disco dentro quella classifica, e meno spesso a quanto effettivamente quel disco valga in termini assoluti. E questo ormai è l’unico modo, decisamente quarantenne e sgonfio, in cui riesco a vedermi dentro una classifica di fine anno. Così, ad esempio, adoro l’ultimo disco dei Low e lo ascolto sempre, ma ho paura che tra cinque anni penserò ai suoni che stanno nell’ultimo disco dei Low con lo stesso misto di imbarazzo e disappunto che oggi riservo al nu-metal o a Moon Safari. Così, ad esempio, detesto i dischi di gente come Robyn o Mitski perché non riesco a concepire che a trent’anni dalla fine degli anni ottanta si continui a pensare ad essi come alla più grande sciagura mai occorsa alla musica, o al periodo più florido della storia del pop, e non la si riesca ancora ad accettare come un normalissimo decennio in cui –pensa un po’- sono usciti dei dischi, alcuni belli e alcuni brutti. Così amo alla follia il disco di Yves Tumor mentre già mi vedo stanco morto, da qui a due mesi, seppellirlo sotto il prossimo apocalismo interiore che mi rovina l’umore nei giorni di festa e mi imbarca lo scaffale dei dischi.
Così ad esempio disprezzo la retorica di quelli che il rock è morto o in fin di vita, incapace di uscire dai cliché della retromania e del passatismo, e che poi rimangono folgorati da gente tipo Iceage o Parquet Courts o Snail Mail o Daughters o a tutti gli altri dischi uguali identici a duemila che abbiamo già in casa. E poi naturalmente uso la stessa retorica del rock morto e vivo per giustificare i dischi del 2018 che più mi hanno emozionato, si chiamino The Ex o Bellini o Caso (o gli stessi Daughters, perché no) gli artisti che li hanno realizzati. Così mi cruccio per la presenza in classifica di gente tipo Jon Hopkins o dj Koze o Courtney Barnett o Neneh Cherry, autori di imitazioni sgaffe di bellissimi album che hanno fatto negli anni passati, e che magari non mi sono manco preso il disturbo di inserire nelle mie liste a quell’epoca. Non riesco ancora ad assumere un ruolo passivo di fronte allo svolgersi di questi eventi, di queste liste, e così mi limito a ingrossarmi il fegato, dire la mia ed aspettare il momento in cui capirò (fra tre mesi o dieci anni, quando io e il mondo avremo deciso che strada prendere) quali di questi dischi mi piacciono davvero e quali mi fanno davvero schifo. Quello che spero, da ascoltatore di musica, è di aver fatto un buon servizio al me stesso dei tempi in cui ho ascoltato questi dischi, di essere stato un briciolo sincero nel mio non capirci nulla, e magari di non aver rotto troppo i coglioni a tutti gli altri che ascoltano la musica e s’ostinano a leggere la roba che scrivo. Nel frattempo, ovviamente, ricevo di buon grado le staffilate di vasella che il karma mi infligge con sempre maggiore frequenza: a settembre, ad esempio, è uscito un bellissimo articolo di Simon Reynolds che ricostruisce la storia dell’autotune partendo dal primo pezzo in cui venne, pionieristicamente, usato a livello mainstream, dando inavvertitamente il via ad uno dei movimenti culturali più violenti e prolifici del ventennio che sarebbe seguito.
Believe di Cher.

 

L’autore – Francesco Farabegoli
FF scrive e disegna.

Collabora con Rumore, Esquire, NOT e spedisce saltuariamente una newsletter chiamata Bastonate Per Posta.

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