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BRONSON BULLETIN 1/2023

Edizione gennaio-febbraio 2023

 

Dal 2023 abbiamo deciso di presentare i nostri programmi in formato bulletin. Un piccolo libretto stampato, che comprendesse anche approfondimenti sugli artisti in arrivo, come ai vecchi tempi. Un po’ come una fanzine.
Se vi siete persi i numeri passati, ora potete recuperarli online sul nostro bulletin virtuale.

EDITORIALE
di Chris Angiolini

‘Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario né relazionale né storico definirà un non luogo.’*

Il Bronson è un Luogo

Erano anni che pensavo all’idea di pubblicare un bollettino cartaceo del Bronson che avesse come centro e punto di partenza il programma dei concerti, ed è bello ritrovarsi qui. Mi sono convinto a realizzarlo nel momento in cui ho capito quanto fosse importante concentrarsi di nuovo sui live, che più di ogni altra cosa definiscono l’identità di uno spazio come questo e ne costituiscono l’anima e la sostanza. Sono ormai quasi 20 anni che facciamo programmazione privilegiando proposte autentiche e non convenzionali senza accettare tutti i compromessi necessari, ma è inevitabile notare come sia giunto il momento di rigenerare l’attenzione per questa dimensione di concerti. Ci hanno messo in testa questa idea malsana dei grandi eventi in cui il nostro ruolo, in quanto pubblico, non è altro che quello di un bancomat da prosciugare, ma non è mia intenzione mettermi qui a fare il pippone anti corporation, proprio adesso. La nostra idea di live però rimane quella in cui il pubblico è protagonista in una dimensione a misura d’uomo in cui ci si lascia travolgere dal suono (occhio che arrivano gli Stormo) o ci si lascia abbracciare da frequenze più avvolgenti. Entriamo in questo nuovo anno con una programmazione ricchissima di contenuti selezionati con la massima attenzione come sempre, tra emergenti, scoperte e conferme. E come sempre cerchiamo di proporre i live nelle migliori condizioni tecniche a ambientali possibili, mantenendo viva l’idea tradizionale del Club: un luogo in cui si condividono esperienze e passioni, circolano idee (non perdetevi il post punk militante degli Algiers) e ci si può imbattere nella band o nell’artista che può cambiare la nostra vita o anche solo far virare la nostra giornata per il meglio. Alla fine quella che avete tra le mani è una semplice paginetta divisa in 8 facciate, che non ha grosse pretese se non quella di attirare la vostra attenzione su nuovi suoni da scoprire (Širom, Horse Lords) o semplicemente di ricordarvi che al Bronson sta per arrivare il vostro artista preferito (Micah P. Hinson). Sì lo so, siamo nell’era digitale, ma alla fine tutto questo “scrollare” non è altro che una truffa. Riappropriamoci del nostro tempo per saperne un po’ di più o anche solo per non perdere il prossimo concerto.
*Augé, Marc. Non luoghi: introduzione a un’antropologia della surmodernità, Milano: Elèuthera,1993.

 

Sirom by Francesco Farabegoli
La musica popolare si sviluppa grazie a strane forme di bilanciamento tra estremi, al continuo crearsi di tendenze che a loro volta generano contro-tendenze, in un gioco di tesi & antitesi che va avanti da prima che nascessimo e continuerà ad esistere, in qualche forma, quando saremo morti e sepolti. Prendiamo ad esempio la forma più pura e basilare di musica popolare, la cosiddetta folk music. Immagino che tutti ricordiamo un periodo nei primi anni duemila nel quale i dischi di gente come Devendra Banhart o Joanna Newsom avevano imposto di considerare un certo tipo di folk tradizionale e moooolto fricchettone come una parte essenziale della musica “indie”, e quindi “pop”, che si stava producendo in quegli anni, nello stesso periodo in cui la stessa scena era presa d’assalto dall’affermarsi di gente come Wilco, The National, Grizzly Bear e via di questo passo. Un periodo nel quale la folk music in tutte le sue forme, che per definizione è la quintessenza di una visione separatista della musica (un certo tipo di “folk” tende a svilupparsi in ceti molto popolari di zone territoriali molto definite), veniva presa e universalizzata grazie anche alle nuove tecnologie di condivisione – una tendenza che continua oggigiorno, con diverse popstar ultraemerse che si cimentano nella realizzazione di dischi di tradizionale americana. Questo, dicevo, ha creato una tendenza a perseguire obiettivi opposti: fare musica, e ascoltare musica, che non si mischiasse con questa tendenza. Musiche sempre più oscure e inascoltate, complesse nelle trame, costruite su ideali ai limiti della follia, volutamente isolazioniste. Il caso degli sloveni Širom è per molti versi un punto d’arrivo di questa tendenza, ed è bizzarro assistere al successo critico del loro ultimo disco (The Liquified Throne Of Simplicity, per quanto ne so è il loro terzo album), che abbiamo trovato ai primissimi posti di molte classifiche di fine anno, a dispetto di trame musicali così ostinatamente intricate, inaccessibili, suonate per buona parte con strumenti acustici tradizionali (spesso autocostruiti) ma con risultati non così distanti da un certo industrial-noise. Che in tempi come i nostri suona un po’ come un’antitesi – e quindi anche un po’ come un antidoto.

 

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