Damien Jurado

Va bene fan, ma ho la sindrome del focolare

di Giacomo Sacchetti

Durante il suo ultimo concerto al Bronson, Damien Jurado ha raccontato di quella volta in cui era con suo figlio in aereo, tutti avevano allacciato le cinture tranne lui, che stava ancora sistemando i bagagli, e alla radio in sottofondo è partita una sua canzone. Allora ha iniziato a guardarsi intorno per vedere se qualcuno avesse notato la cosa e in effetti nessuno lo cagava. Lui si è emozionato tantissimo lo stesso e quando la hostess gli ha detto “Si metta a sedere!” non ha ubbidito e ha indicato l’aria, dicendo “Ma sono io!”. Lei l’ha cazziato di nuovo e lui le ha spiegato meglio: “Quello che canta sono io! È una mia canzone!”. Però non c’è stato niente da fare, si è dovuto mettere a sedere.

Quel momento gli è piaciuto così tanto che lo racconta a tutti. Non capita tanto spesso che i musicisti ai concerti raccontino cose di questo tipo, perché facendolo si mettono al nostro livello e non tutti vogliono che succeda. Quando lo fanno però è bello. A volte il distacco tra chi è sul palco e chi è sotto è chilometrico, sia ai concerti enormi negli stadi, sia in quelli più piccoli. Non dico che la distanza debba essere per forza colmata, però il pubblico non può essere sempre trattato come un cane a cui dare l’osso. C’è una specie di tensione che si crea: il cantante deve suonare e noi aspettiamo, è così, non ci si scappa. Ma oltre al fatto che non deve essere un concerto brutto, per allentare la tensione è determinante quello che l’artista dice tra una canzone e l’altra. Damien Jurado è (abbastanza) famoso ma in pratica ci ha detto che le autorità con cui ha problemi sono le hostess. Non la polizia o l’FBI. Le hostess. Chi non è mai stato, almeno una volta nella vita, cazziato da una hostess su un aereo? Quella storia ha accorciato un sacco le distanze. E la cosa bella è che la musica ne guadagna, perché sei preso meglio ad ascoltare un concerto in cui chi è sul palco è in grado di metterti a tuo agio.

Non troppo tempo fa DJ si è organizzato un tour da solo, senza agente, per andare a suonare nei posti sperduti dell’America, almeno un concerto per ogni Stato. Come i Black Flag e i Fugazi. Lo scopo era entrare in contatto con un pubblico che altrimenti avrebbe dovuto fare un sacco di strada per vederlo. Me lo immagino, a prendere tutti quei voli interni con tutte quelle hostess. Magari ci sono altri musicisti che si comportano in questo modo e chi conosce meglio di me come funzionano queste cose sa che non è un’iniziativa eccezionale. Però è rilevante il fatto che lui abbia sentito in quell’occasione la necessità di fare le cose in modo diverso da come le fa di solito. Damien Jurado sente il bisogno di avere un rapporto più umano con i fan, e questa secondo me è una cosa lodevole. È una star, non enorme, ma è una star. Se Bruce Springsteen è una grande star e Any Other è una piccola star, lui è una star media, molto conosciuta negli USA, piuttosto conosciuta in Europa. Nella sua situazione, trasformarsi in uno stronzo o in uno zombie egocentrico è un attimo, sarebbe normale, pessimo ma normale. È un atteggiamento così diffuso e l’abbiamo criticato così tanto che criticarlo sembra ormai non aver più senso. Anni di discorsi sull’attitudine sono servirti a così poco nel lungo termine che si è ribaltata la realtà e (per esempio) uno come Lee Ranaldo, se ci parli alla fine di un concerto, dopo tre secondi sembra tuo fratello, ma uno come Appino non riesci neanche ad avvicinarlo. C’è confusione e siamo daccapo, chi doveva imparare non ha imparato niente. E non è così scontato che uno come Damien Jurado abbia voglia di andare incontro al suo pubblico o di raccontare le figure di merda che fa in giro.

Da romanticone quale sono, mi era venuta una splendida idea: scrivere una lettera a DJ! Un pezzo della lettera faceva così:

<<Le tue interviste sono fenomenali. In una in particolare, su un giornale italiano, l’hai proprio ficcata in culo (con educazione) al giornalista. Qualche anno fa, Everything Trying è finita in una scena di La grande bellezza di Sorrentino, che poi ha vinto l’Oscar, e insomma poco prima della Notte della premiazione esce quest’intervista sul sito di Repubblica Milano in cui si dice quanto sia bravo Sorrentino e quanto sia stato fortunato tu a finire dentro a un suo film. Insomma, scrivi canzoni da 20 anni, ma non sei mai arrivato così in alto, come ci si sente? ti chiede il giornalista. Tu incassi e rispondi che è un onore essere stato scelto da un regista che stimi così tanto. Ecco… invece è chiaro che non te ne frega un cazzo. Ma del resto cos’altro avresti potuto rispondere? Nient’altro. Quante cazzate si dicono in situazioni simili, DJ? Peccato però, perchè ci perdiamo molte opinioni potenzialmente interessanti. In quella situazione è umano essere accondiscendenti ed è difficile essere sinceri però bisogna dire che non è che uno debba mandare a quel paese il giornalista, ma solo rispondere quello che pensa. In America non sei proprio l’ultimo arrivato, DJ, addirittura Pitchfork ti pompa da anni a suon di 7. Voglio dire che in tanti ti conoscono e ti apprezzano perché scrivi canzoni bellissime da tempo. Il significato della tua carriera va oltre il voler comparire in una scena di un film da Oscar e la tua credibilità è molto più consolidata rispetto a quella di Sorrentino. Secondo me, non te ne poteva fregare di meno. Infatti, dopo, hai detto:

“Sì, sono vent’anni che scrivo canzoni, è una cosa che mi viene abbastanza spontanea anche se ho capito, con il passare degli anni, che l’unico elemento indispensabile per comporre grande musica è che sia necessaria. Altrimenti non ha senso cantare, non ha senso scrivere versi fingendo di avere qualcosa da dire. Il folk può anche essere molto noioso se chi scrive non è autentico”.

In mezzo al deserto che quel giornalista ti ha creato intorno, hai sganciato questa perla, in un articolo che non aveva nessuna intenzione di essere così profondo. Assomigli a Steve Albini. Voi due siete sempre capaci di mantenervi integerrimi e non perdete mai la concentrazione, dite quello che dovete dire e nonostante la vostra popolarità non siete paraculi, anche quando la prassi si accontenterebbe di altro. Io t’immagino lì con il giornalista che pensi la dico, la dico anche se un po’ mi vergogno e forse sarò un po’ stronzo, non la dico, la dico! Tu e Steve Albini dite sempre le cose come stanno. Sei lo Steve Albini del folk>>.

Damien Jurado

Damien Jurado è un personaggio con un’integrità fortissima. La credibilità che ha raccolto nel corso del tempo, non esponendosi mai troppo e non abbassando mai la qualità della propria musica (poi, alcuni suoi dischi possono piacere di più e altri meno, per esempio a me Maraqopa e Vision of us on the land piacciono meno, ma è sempre musica di un certo livello), lo mette nella condizione ideale per dire quello che pensa, come Steve Albini. Potrebbe essere più rock star di così ma ha deciso di non esserlo. Non possiamo fidarci del tutto di quelli che dicono che non vogliono essere star ma non hanno mai avuto l’occasione di diventarlo. L’occasione fa l’uomo ladro. Invece, possiamo fidarci di quelli che hanno scelto di non esserlo. Tra le cose belle che questa loro condizione ci regala ci sono le dichiarazioni che possono fare, così sincere e così poco confortevoli che non hai motivo di metterne in dubbio la sincerità (cosa che non puoi permetterti in altri casi). Possono venire fuori cose interessantissime e la stampa ne guadagna. A pensarci bene, se ci fossero più star del tipo di Damien Jurado o Steve Albini, le interviste sarebbero molto più interessanti.

Mi piace Lady Gaga. Appartengo a quella categoria di persone a cui piace anche la musica pop oltre a quella “che non ascolta nessuno”, quindi trovo sensati anche dei confronti tra artisti agli antipodi. Lady Gaga racconta sempre che da piccola a scuola la prendevano in giro tutti e le dicevano che non avrebbe mai avuto successo perché era un piccolo mostro. E invece, guarda. Beyoncé nel documentario di Netflix racconta che per preparare il concerto al Coachella 2018 ha dovuto fare un allenamento da spaccarsi in due: aveva appena partorito i due gemelli, pesava 99 chili e in meno di un anno si è rimessa in forma. Il messaggio è chiaro in entrambi i casi, ma non è efficace fino in fondo, perché non tutti sono Gaga o Beyoncé, non tutti hanno quella forza. È chiaro che lanciare quel messaggio significa illudere le persone che ti adorano. Queste star sono staccate dalla realtà e non se ne rendono conto. Oppure non danno importanza alla cosa. Comunque sia, è sbagliato mandare quei messaggi dalla posizione in cui si trovano. Non perché non siano messaggi sinceri ma perché a volte la sincerità non basta e bisogna essere in grado di capire che quello in cui la vita ti ha trasformato, o quello in cui tu hai trasformato la tua vita, ti rende non credibile, perché adesso vedi le cose da un piedistallo e tutto va benone. La tua prospettiva è diversa da quella dei tuoi fan e anche un messaggio che viene da un’esperienza vera non ha più senso di essere espresso. Allora un personaggio come DJ diventa necessario: lui non lancia messaggi, lui è.

L’avete visto dal vivo almeno una delle cento volte in cui è venuto al Bronson? È un orsachiottone, fa una tenerezza incredibile. Sale sul palco, ciondola un po’, si mette a sedere, stringe le labbra (lo fa quando sta per fare o dire una cosa importante) un attimo prima di attaccare, poi parte a suonare e ti stende. Nel corso del tempo ai concerti l’ho visto cambiare. È passato attraverso un divorzio, la nascita di un figlio, una trilogia di album visionari e la depressione (non per forza in quest’ordine). Sempre calmo, solo una volta era triste in modo evidente. Una delle volte in cui era più allegro, a fine concerto mi sono fatto coraggio, ho tentato di attaccargli la pezza, solo per dirgli ciao eh, niente di più, e lui non è che mi abbia sfanculato (è educatissimo) ma mi ha liquidato in zero due. L’ultima volta invece era in gran forma. Non ho neanche provato a parlarci ma sul palco ha raccontato quella storia divertente, riflettuto serenamente su suo figlio, sulla morte di un amico ed è stato il miglior Damien Jurado di sempre, almeno secondo me. Un po’ logorroico. Penso però che lo sia proprio di natura, si nota nelle interviste. È un artista, con tutte carte in regola per esserlo. Ma ha anche qualcosa di estremamente concreto. È come uno zio creativo, che ti darebbe tutto quello che vuoi, ma che sa il fatto suo. Se facesse parte della mia famiglia e me lo trovassi in casa ogni sera, non sarebbe male. L’unica cosa che mi scoccerebbe è che è molto religioso. Ecco, di quello bisognerebbe parlare. Ma per il resto, è un tatone con la schiena dritta. Una volta ho visto Steve Albini piangere in un video, quindi secondo me è un tatone anche lui. Ma a differenza di Steve Albini, Damien Jurado ha questa calma eterna che in qualche modo gli invidio. Quando parla Steve Albini, lo vedi che è carico, perché, non so, un po’ si gonfia, prima di spararne una delle sue. Jurado invece sembra sempre che stia per addormentarsi, magari capisci che la sta per dire perché si morde le labbra, ma è un segno di vita lieve. Però non è morto, è stra-vivo. È l’uomo-suspense, di quella che trovi solo nei film, come nello Squalo: è tutto calmo nella baia, sembra che non stia succedendo niente, e invece zan!

Una volta ho letto un’intervista in cui diceva che di professione avrebbe voluto fare il pittore ma poi si è trovato a scrivere le canzoni e ad avere un discreto successo e ha deciso di campare di quello, più o meno (fa anche il maestro a scuola). La maggior parte dei musicisti dicono che quello che fanno è il sogno della loro vita e che è tutto bellissimo. Mai uno che trovi un difetto. Se lo chiedi a uno di quei gruppi che durano due anni e poi si bruciano, è chiaro che ti dicono che è tutta una figata, perché glielo chiedi nel momento della botta, e poi mai più, perché scompaiono. Ma se lo chiedi a qualcuno che ha una carriera di 20 anni alle spalle ti aspetteresti una risposta più profonda. Beh, non sempre è così. DJ, invece, dice che avrebbe voluto fare altro e che per lui fare il musicista serve per portare a casa la pagnotta, come un lavoro qualsiasi. In questo modo smitizza questo mestiere tanto osannato. Tatone, con la schiena dritta, e per di più controcorrente.

Poi alla fine ho mollato l’idea della lettera, perché ho pensato: e se mi risponde? Cosa gli dico ancora? Devo continuare a scrivergli altre lettere? Dopo un po’ mi annoierei. Un’amica di mio fratello una volta aveva una corrispondenza molto frequente con Rudi Protrudi. Rudi Protrudi. Fate Google immagini. Non ho mai capito il desiderio non di incontrare una volta – così, per fare due chiacchiere – ma di tenere contatti costanti con i musicisti, per… conoscerli bene. Due cose che non sono mai riuscito a fare sono: uno, impezzare in scioltezza chi ha appena suonato; due, diventare amico di chi suona solo perché suona. Non è mai niente di personale ovviamente, ma non riesco a stare tranquillo e fondamentalmente è perché sono insicuro.
Poi una cosa che mi spaventa un po’ del diventare amico dei musicisti che mi piacciono è che potrei scoprire che sono delle brutte persone. Per esempio, DJ è un tatone, si, ma ha quell’occhio, quel guizzo di ferocia in quel mare di calma, che è quanto meno sospetto. Cosa dovrei fare se si scoprisse che è un serial killer? Smettere di ascoltarlo? Quando cerchi di farti un’idea sull’arte, devi tenere in considerazione l’uomo che c’è dietro l’artista oppure no? Non è facile scegliere se scindere le due cose, non vi fidate di quelli che vi dicono il contrario. Se ne parla da sempre, a volte la penso in un modo, a volte in un altro ma la risposta definitiva non ce l’ho. Entrano in gioco un sacco di fattori, tutti molto importanti e molto in contrasto tra loro. Si, certo, ci sono casi in cui la situazione è davvero grave. Non so, scopro che Chris Leo è uno stupratore. Ma cosa faccio? Smetto di ascoltare i Van Pelt? Che vita triste. In caso, che rapporto c’è tra le canzoni e le cose brutte che ha fatto chi le ha scritte? Ha sempre senso interpretare le canzoni come il lavoro di un mostro? O come in qualche modo collegate alla vita segreta di chi le ha scritte anche se non ci sono collegamenti espliciti? Oppure come lo sfogo di una delle personalità di uno che di giorno suona e di notte fa a pezzi cadaveri? Però, cavolo, che cosa brutta sarebbe sapere che canzoni così belle sono state scritte da persone così cattive. E come si fa a scollegare del tutto le due cose? Boh. Insomma: nessuna risposta, solo domande.

Non vorrei mai davvero trovarmi DJ a casa tutte le sere, sono sicuro che a suon di pezze finirei per odiarlo, tutte le sere con quella chitarra e con quei pennelli. Gli voglio un gran bene, è uno di quei personaggi complessi che non fanno né un vanto né un problema della propria complessità, semplicemente lo sono, è simpatico, ma anche no, è calmo, come abbiamo detto, guarda il mondo con occhi svegli e acuti e non ha problemi a dirti come la pensa. Dal vivo ti racconta le sue storie, è coinvolgente e tutto quanto. Poi però ognuno a casa sua. È la mia star preferita.

L’autore – Giacomo Sacchetti
Scrive su Neuroni.blog.
Per ben due volte ha scritto anche su Rumore.